Quando niente importa davvero: l’anestesia emozionale

anestesia emozionale

L’ “anestesia emozionale” o “paralisi psichica” (in inglese numbing) è qualcosa di cui sento spesso parlare nel mio Studio da persone che arrivano da esperienze di vita caratterizzate da traumi di diverso tipo e natura, ma il minimo comune denominatore di tutte queste storie potrebbe essere riassunto nella frase di una Cliente che un giorno mi disse: “Ho sentito così tanto che ad un certo punto ho iniziato a non sentire più nulla“. La maggior parte delle persone che ne soffre riferisce infatti di sentirsi insensibile, lontano anche da coloro verso cui si vorrebbe provare affetto e calore emotivo: “come se il cuore fosse congelato, come se si vivesse dietro una parete di vetro” (cit. B. Van der Kolk). Molti paragonano la paralisi psichica alla sensazione di essere morti in vita, privi di gioia e di piacere per qualunque cosa, anche verso le cose che “dovrebbero” rendere felici. Distanti da se stessi e dagli altri, alcuni vivono brevi rush di vitalità euforica ed adrenalica tagliandosi, bevendo, facendo sesso in maniera promiscua o drogandosi. Altri tentano il suicidio come modo estremo di porre fine alla percezione di star vivendo una vita “inutile”, “falsa”, “vuota”.

Eppure, anche se adesso sentirsi congelati e distanti emotivamente da noi stessi e dagli altri è diventato un limite drammatico ed insormontabile nel creare e mantenere relazioni affettive importanti, in passato, magari in un passato lontano, questa corazza può essere stata la nostra unica arma di difesa.

Già, perchè il nostro cervello, così come quello di tutti gli animali esistenti in natura, in situazioni estreme mette in atto dei meccanismi di difesa volti a tutelare l’integrità dell’organismo sul breve-medio termine: non sentire, distaccarsi emotivamente da quello che ci sta accadendo intorno, congelare le emozioni angoscianti permette al Sistema di non collassare di fronte al panico che subentra durante l’esperienza traumatica.

Immaginate di essere delle gazzelle nella giungla inseguite da un predatore forte, magari da un leone. Avete una zampa malconcia, per cui fate fatica a scappare velocemente come al solito. Immaginate ora di essere raggiunti da lui. Siete a terra, con le sue fauci spalancate sopra la vostra faccia. I suoi denti aguzzi sono pronti ad avventarsi sulla carne morbida intorno al vostro collo. Non potete più tentare di lottare per la vostra vita colpendolo con gli zoccoli o le corna, nè siete più in grado di tentare il tutto per tutto cercando di scappare alla massima velocità che la vostra zampa vi permette. Un’ultima risorsa vi è però rimasta a disposizione: fingervi morti. Il leone, infatti, così come molti dei grandi predatori, non può correre il rischio di mangiare animali malati o carcasse in putrefazione perchè altrimenti andrà incontro ad infezioni batteriche letali.

La cosiddetta tanatosi difensiva, o finta morte, è pertanto la risorsa estrema cui ricorrono nel mondo animale diverse prede in situazioni di pericolo estremo: il corpo si congela in uno spasmo rigido, il respiro rallenta così come il battito cardiaco. Nel cervello in quei momenti vengono rilasciate endorfine, con lo scopo di contrastare il più possibile le eventuali sensazioni dolorose inducendo “benessere” attraverso l’analgesia.

Particolarmente suggestiva è la finta morte degli opossum, che possono rimanere irrigiditi nella medesima posizione per ore in uno stato simile al coma, a bocca ed occhi spalancati, quasi come fossero impagliati.

Negli essere umani in condizioni di pericolo estremo si può svenire, si può perdere l’uso della parola, si può provare la sensazione irreale di essere distaccati da tutti e da tutto, incluso il proprio corpo.

L’anestesia emotiva non caratterizza solamente coloro che si sono trovati a fare i conti con i cosiddetti traumi a T maiuscola (lutti non risolti, stupri, rapimenti, catastrofi di diversa natura, incidenti, malattie gravi, aborti…), ma è tipica anche di coloro che arrivano da esperienze infantili ripetutamente micro-traumatiche (i cosiddetti traumi a t minuscola). I traumi precoci nella vita di relazione (genitori anaffettivi, genitori traumatizzati a loro volta e quindi indisponibili emotivamente, genitori gravemente depressi, genitori con disturbi di personalità, genitori abusanti sul piano fisico o emotivo) mettono il sistema di attaccamento del bambino in una situazione di empasse: completamente dipendente dal genitore per sopravvivere al pericolo, non può da lui dipendere in maniera fiduciosa essendo egli stesso la fonte del pericolo. Questo genera nel sistema una “paura senza sbocco” che lo lascia impotente, indifeso e vulnerabile. Come risposta adattiva, possono imparare a modulare verso il basso le nostre reazioni emotive, spegnendole. Molti bambini traumatizzati non possono descrivere ciò che sentono  in quanto non sono in grado di identificare il significato delle loro sensazioni fisiche. Pur sembrando furiosi possono negare di essere arrabbiati; pur apparendo terrorizzati, possono asserire di non sentire alcuna preoccupazione. Le emozioni non hanno parole con cui essere espresse, non è mai stato costruito un vocabolario mentale per riconoscerle e tradurle in parole: tecnicamente questo si chiama alessitimia.

Chi è stato traumatizzato ha difficoltà a percepire ciò che sta accadendo nel proprio corpo: è per questo che la capacità di prendersi cura di sè da adulti è scarsa. Alcuni di loro da adulti potranno reagire alla frustrazione ed allo stress in maniera sproporzionatamente indifferente; altri, possono essere vittima di crisi di rabbia esplosive, non proporzionate alla gravità del fatto accaduto.

E’ per questo che per guarire dall’anestesia emotiva, per riprendersi in mano la propria vita, queste persone dovranno in psicoterapia, ancora prima di iniziare a trattare i ricordi dolorosi o le storie di vita cariche di sofferenza, imparare a diventare amiche del corpo, iniziando a riabitarlo con agio da dentro riprendendo gradualmente contatto non solo con le emozioni ma anche e soprattutto con le sensazioni somatiche, imparando a sentirle, ad identificarle ed a descriverle.

 

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