Mamma cattiva, papà brutto: la rabbia nei bambini

rabbia nei bambiniAvete mai notato quanti articoli in rete esistano sul tema della rabbia nei bambini? Se provate a digitare su Google “bambini” “rabbia”, “come gestire la rabbia nei bambini”, “bambini arrabbiati” troverete migliaia di link a blog, siti, forum sull’argomento. Tra tutte e cinque le emozioni primarie la rabbia spesso viene considerata un po’ come un ospite indesiderato, come un visitatore imbarazzante di cui liquidarsi il prima possibile, come un parente un po’ bislacco che mette in imbarazzo tutto il tavolo con i suoi comportamenti socialmente indesiderabili.

Non è difficile riconoscere infatti una persona arrabbiata a colpo d’occhio: la verticale della schiena si allunga, la mascella si contrae, la fronte si aggrotta, il volto diviene rosso, il respiro diviene affannoso e le narici si dilatano, il petto si gonfia e la muscolatura si tende, la voce diventa possente…

Brrr che imbarazzo, che vergogna, contieniti, dominati!” dicono alcuni con sdegno e disgusto.

Non facciamo scenate, sii carino, sii gentile, non farti vedere così, farai brutta figura” sussurrano suadenti altri, con aria conciliante e volto angelico.

Ora ti faccio vedere io chi è il più forte di noi due” urlano di rimando altri, per far vedere qui chi comanda.

A cosa serve la rabbia?

Voglio dirvi una cosa: la rabbia serve. Arrabbiarsi è sano. Possedere un buon livello di aggressività, intesa in senso lato e non nella sua accezione più negativa, è indice di un potente motore energetico interno che se ben regolato e calibrato può aiutare la persona a muoversi efficacemente nella propria esistenza.

Quando la rabbia arriva, lo sappiamo, non ce n’è più per nessuno.

Una rabbia non canalizzata e lasciata uscire senza freni e controllo può creare deserto intorno all’individuo facendo piazza pulita degli altri in maniera distruttiva e molto spesso genera nella persona stessa vergogna e disgusto per se stessa per il modo “bestiale” con cui si è comportata.

Una rabbia trattenuta per lungo tempo e costantemente può causare sofferenza e malessere su su fino a generare veri e propri disturbi somatici che rappresentano per una persona non alfabetizzata sul piano emotivo l’unico segnale che c’è qualcosa che non va. L’individuo, non riuscendo a cogliere il nesso tra l’attivazione somatica, le emozioni relative e le situazioni del quotidiano che le generano, finisce per spaventarsi pensando di essere ammalato e si immette in un iter diagnostico che la maggior parte delle volte non obiettiva nulla di patologico sul piano organico.

Tutte le specie animali dai rettili in su provano rabbia: di fronte ad un conspecifico di pari rango con cui lottare per una femmina, contro cui muoversi per il dominio sul territorio o per una preda, di fronte ad un pericolo percepito, di fronte ad un nemico contro cui lottare.

La rabbia sul piano etologico e relazionale ha infatti una utilità innegabile: è un segnalatore di qualcosa intorno a noi contro cui andare, un marker che c’è qualcosa nell’ambiente che ci sta ostacolando nel raggiungere il nostro obiettivo desiderato.

La rabbia nei bambini…

Un bambino arrabbiato non è un bambino cattivo, un bambino arrabbiato non è un bambino problematico. Un bambino arrabbiato è un bambino in balia di emozioni e di sensazioni fisiche faticose da tollerare e gestire in autonomia, specialmente se molto piccolo. Un bambino arrabbiato è un bambino che sta chiedendo attenzione, aiuto, confini e non ha altro modo in quel momento di dirci che è in difficoltà. A volte la rabbia ed i “capricci” sono la modalità comunicativa che ha imparato in famiglia per ottenere ciò che desidera. 

Spesso la rabbia arriva non solo quando non riesce a fare qualcosa che vorrebbe o quando ha appena ricevuto un NO da un adulto per cui si sente frustrato nel proprio desiderio, ma anche quando è arrivato al limite della propria tolleranza psicofisica agli avvenimenti esterni. Molte crisi di rabbia infatti arrivano di sera prima di dormire, dopo la scuola o intorno all’ora dei pasti quando le risorse energetiche sono basse e la stanchezza alta. In altri casi le crisi di rabbia arrivano in luoghi affollati o pieni di oggetti che catturano la sua attenzione, sovrastimolandolo pericolosamente.

E’ per questo che si deve sottolineare che la rabbia è una forma di comunicazione essenziale, spesso l’unica possibile per l’età: nei bambini, specialmente intorno ai due anni, non è infrequente trovarsi davanti a vere e proprie crisi esplosive di rabbia che mettono a volte in scacco anche il più Zen dei genitori.

Diciamocela tutta: gestire le esplosioni di rabbia è faticoso e non sempre si riesce a rimanere calmi come si vorrebbe. La nostra fatica nel gestire la rabbia del bambino può darci però la misura di quanto il bambino in quel momento si trovi in difficoltà a propria volta nel gestire se stesso e le proprie reazioni.

Molti genitori si spaventano dell’emozione dirompente e dei comportamenti clamorosi (calci, pugni, urla) e cercano di arginare la rabbia assecondando le richieste del bambino formulate durante le crisi. Se nel breve termine questo può sembrare una buona soluzione al problema perché la rabbia cessa, a lungo andare questo non farà altro che insegnare al bambino che urlare, protestare e divenire aggressivi farà ottenere ciò che desidera.

Altri genitori divengono punitivi e arginano la rabbia mediante la sopraffazione fisica: picchiano il proprio bambino, assumono comportamenti violenti nei suoi confronti. Se nel breve termine questo può sembrare una buona soluzione al problema perché la rabbia cessa, a lungo andare rispondere alla rabbia con rabbia creerà nel bambino l’idea che la soluzione ai conflitti passi per la violenza fisica.

Come gestire la rabbia nei bambini?

Nessun essere vivente è mai morto della propria rabbia: cercare in tutti i modi di farla cessare con le buone o le cattive è una spia del fatto che il genitore per primo è in empasse nelle modalità di gestione della propria.

Non esistono modi o tecniche per far sì che il bambino smetta di arrabbiarsi. E’ importante invece individuare le “situazioni trigger” che più spesso fanno arrabbiare il bambino. E’ importante che il genitore cerchi quanto più possibile di evitarle o, non potendolo fare, che cerchi di non entrare in escalation con il bambino: come un virus la rabbia è contagiosa e attraverso meccanismi di “amplificazione relazionale” la rabbia che ci si passa diviene via via sempre più “rossa e grossa”, rendendo sempre più difficile e frustrante la situazione, specialmente per il genitore che avverte sempre maggiormente la propria impotenza di fronte alla furia cieca del proprio bambino.

Molte crisi di rabbia avvengono in pubblico, andando a spostare il focus dell’attenzione del genitore dal disagio manifestato dal proprio bambino alla figuraccia che loro stessi potrebbero star facendo agli occhi degli altri come genitori incapaci di gestire le reazioni emotive del loro bambino. Quando ci sentiamo a disagio tendiamo infatti fisiologicamente sia ad attribuire agli altri gli stati mentali negativi ed i pensieri negativi che noi stessi stiamo provando, sia a credere che tutti stiano proprio guardando e osservando noi in quel momento (tecnicamente si chiama difficoltà a decentrare): questo non farà altro che aumentare l’ansia, la vergogna e la rabbia del genitore rendendolo meno efficace e lucido nei confronti del proprio bambino che si troverà a dover fare i conti con un adulto non emotivamente presente a propria volta.  In questi casi la cosa più utile da fare è interrompere la situazione di impotenza in corso, portando se possibile il bambino fuori dal contesto in modo da recuperare come genitori la sensazione di essere maggiormente in controllo, aumentando la propria presenza ed efficacia nei confronti del bambino.

I bambini devono essere liberi nell’esprimere la rabbia ma devono avere dall’esterno limiti chiari, stabili ed amorevoli: il No è un ottimo allenamento per imparare a gestire le frustrazioni con cui prima o poi si troveranno a scontrarsi nella loro vita.

Ci sono comportamenti che non vanno tollerati: dire ad un bambino “questa cosa che fai è sbagliata e mi fa arrabbiare molto” è diverso dal dire “sei cattivo/sei monello”. Un comportamento può essere sbagliato e può essere punito, una persona che cresce con l’idea di sé di essere in un certo modo finirà spesso inevitabilmente per mettere in atto comportamenti confermanti l’idea negativa di sé che hanno gli altri (questo è il meccanismo della profezia che si autoavvera!).

In alcune famiglie arrabbiarsi sembra essere disdicevole, qualcosa di socialmente inaccettabile: anche se il clima è apparentemente cordiale, spesso i bambini crescono senza essere in grado di affrontare in modo sano un conflitto e da adulti tendono ad evitarli terrorizzati, sviluppando nelle proprie relazioni di coppia atteggiamenti passivi e accondiscendenti. Invece, saper confliggere con un altro senza che la relazione si interrompa o si frantumi, dandosi dopo un abbraccio o un bacio, insegnerà ai bambini che “l’oggetto d’amore” è abbastanza saldo e resistente da rimanere, e rimanere tutto intero, anche dopo le mareggiate più furiose.

Durante le crisi di rabbia può essere utile dare un contenimento fisico al proprio bambino, specialmente se rischia di farsi o di fare agli altri male con comportamenti dirompenti: abbracciarlo o tenerlo fermo parlandogli a voce bassa alla lunga può raffreddare la temperatura della rabbia.

Quello che più di tutto sul lungo termine serve per permettergli di maturare capacità autoriflessive e di autocontrollo è la competenza genitoriale nell’aiutarlo a dare una cornice di senso alle emozioni in corso, dando una etichetta verbale a quanto in quel momento sta provando: “Mi sembra che tu sia arrabbiato. Capisco che tu lo sia perchè vorresti tanto il gelato che ti piace ma adesso non posso comprartelo perché…”.

Anche insegnare al bambino a distinguere ed a quantificare la propria rabbia (rabbia grande o piccola?) può essere un modo utile per allenarlo a riconoscere, in sé e negli altri, che non tutte le rabbie sono uguali: alcune situazioni ci fanno arrabbiare molto, altre poco. Quali sono le situazioni che fanno arrabbiare di più te?

Raccontare al bambino della propria di rabbia, dirgli cosa si sta provando in quel momento e perchè, permette al bambino tanto di normalizzare la propria esperienza emotiva quanto di costruirsi una teoria della mente dell’altro: gli altri esistono, provano delle emozioni a propria volta ed in alcuni casi è lui stesso a generarle, siano esse positive o negative.

Un bambino più grande può essere invitato a disegnare la rabbia, a parlare di cosa la abbia scatenata (Avevi avuto una giornata faticosa a scuola? Avevi fame?) e di come poterla gestire differentemente (Cosa puoi fare quando il fratellino ti ruba il tuo giocattolo preferito invece di picchiarlo?); con alcuni dei più piccoli si possono predisporre cuscini o tappeti morbidi dove poter scaricare la tensione in eccesso, con tutti si possono leggere insieme favole che parlino di come i protagonisti sono riusciti a gestirla meglio.

Se il problema è persistente ed il bambino non appare aver acquisito intorno all’inizio delle scuole elementari strumenti cognitivi ed emotivi con cui imparare ad autogestirsi è sempre necessario ricorrere al proprio Pediatra di fiducia che valuterà la situazione e deciderà eventualmente di proseguire con aiuti Specialistici quali il Neuropsichiatra, gli Psicomotricisti e nel caso dei più grandicelli sarà possibile valutare l’opportunità di prendere in carico dal punto di vista Psicoterapeutico non solo la coppia genitoriale ma anche i bambini stessi, effettuando qualche incontro o impostando invece un vero e proprio percorso psicologico strutturato.

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