L’amore è nel cervello: Neurobiologia dell’amore

Neurobiologia dell'amore

L’amore è il motore del mondo.

Vi siete mai chiesti cosa causi la magia dell’amore a prima vista o lo stato di apparente ebbrezza di due novelli fidanzati che sembrano guardare il mondo attraverso spesse lenti rosa? Vi siete mai chiesti come mai dopo un po’ di tempo che frequentate lo stesso partner quella meravigliosa sensazione di frizzante eccitazione nel verderlo o nel pensare a lui inizi tristemente a scemare?

Vi siete mai chiesti a cosa serva davvero questo dispendiosissimo stato di funzionamento che noi umani chiamiamo amore?

Già, perchè un Alieno lo riterrebbe un costo energetico a perdere per l’organismo: in termini di risorse mentali allocate tutte sull'”amato bene”; in termini di risorse economiche dilapidate; in termini di risorse emotive saturate: paura che lui non ricambi; tristezza quando lui non c’è; speranza che lui rimanga con noi per sempre; gioia nel vederlo; ansia se tarda ad un appuntamento; gelosia che ci sostituisca con qualcun’altro…

Ed invece noi dall’alba dei tempi continuiamo ad innamorarci, a disamorarci, a farci sedurre, a sedurre, a scrivere storie su donne di nome Elena talmente belle da muovere guerre sanguinose, su Romei e Giuliette, su Beatrici e Silvie.

Continuiamo a scegliere di passare o non passare la nostra vita con la stessa persona, ci struggiamo fin sul letto di morte per non aver trovato il nostro ideale, ci ammaliamo di solitudine, ci beiamo di euforia nel toccare il cielo con un dito quando finalmente troviamo la persona per noi.

La Neurobiologia dell’amore

Tutto questo caledoscopio di sensazioni,di emozioni, di pensieri nasce, cresce e muore grazie a come il nostro cervello funziona.

Arriva dai nostri neurotrasmettitori che, come messaggeri, corrono da un neurone all’altro, da un lobo all’altro portando informazioni, accendendo interruttori, spegnendone altri. Arriva da ormoni che inducono risposte emotive ben precise come nessuna pozione magica di nessuno stregone potrà mai essere in grado di fare. Arriva da aree cerebrali che si accendono e si spengono in risposta a stati emotivi interni o in risposta a stati emotivi percepiti nei volti dei nostri più cari affetti.

Cupido nel cervello

In particolar modo, una delle più note sostanze endogene coinvolte nei processi affettivi si chiama ossitocina, altresì chiamato l’ormone-neurotrasmettitore dell'”amore fedele”. Vi sembrerà strano (o forse no!) ma l’ossitocina ha un ruolo fondamentale sia nel creare attaccamento tra madre e figlio dal momento che viene secreto tanto durante il parto naturale quanto nei primi mesi di vita grazie alle coccole pelle a pelle e grazie all’allattamento al seno sia nelle relazioni affettive tra adulti, non solo partner ma anche amici! Viene per questo chiamato ormone dell’attaccamento o dell’amore fedele: è dimostrato che esso diminuisca lo stress, abbassi i livelli di aggressività, aumenti l’empatia. Ne si riscontra un aumento durante un abbraccio prolungato, durante il sesso, nei momenti di intimità non solo sessuale ma anche emotiva. E’ l’ormone che caratterizza le fasi dell’amore da crociera, quello delle coppie navigate non quelle dell’amore romantico dei primi tempi, nelle quali il cervello è in uno stato di scombussolamento pari ad uno stato di eccitazione ipomaniacale. Ecco perchè lo si ritrova tanto nelle coppie rodate quanto nelle coppie mamma-figli!
Per quanto riguarda i neurotrasmettitori due tra i principali attori sui palcoscenici dell’amore sono senza dubbio la dopamina e la serotonina. Per quanto riguarda la dopamina, se vi ricordate in un precedente articolo sullo shopping compulsivo vi avevo parlato del cosiddetto “circuito del reward” presente nel cervello, che è quello alla base dello sviluppo dei meccanismi di dipendenza (da sesso, da alcol, da sostanze etc). Ebbene, l’innamoramento dal punto di vista cerebrale assomiglia proprio ad una dipendenza! Il cervello non fa distinzioni tra le “cose cattive” e le “cose buone” sul piano etico: mi fa stare bene? Mi provoca piacere? Benissimo, voglio assolutamente ripetere l’esperienza, sia essa una abbuffata di dolci, una bottiglia di vino o un lungo bacio con la mia nuova fiamma.
Lo stimolo in ingresso, immaginiamo il contatto con la pelle del vostro nuovo amore, attiva il rilascio di Dopamina in aree cerebrali estremamente antiche (Mesencefalo, una parte di cervello che condividiamo dal punto di vista filogenetico anche con i rettili). Il rilascio di Dopamina allerta delle zone particolari del cosiddetto Sistema Limbico, il nostro “cervello emotivo”, sensibili a questo neurotrasmettitore. A cascata queste zone del cervello attivatesi mandano segnali (qualcosa come “Wow wow wowwwww!!!”) alla Corteccia Prefrontale che è, tra le sue diverse funzioni, deputata tanto alla valutazione del valore edonistico della situazione in corso quanto, e qui si gioca il concetto di dipendenza, alla creazione di motivazione a ricreare l’azione appena conclusa per provarne nuovamente il piacere sperimentato.
Figuratevi che forma di dipendenza potente è l’amore romantico, quello di Giulietta e Romeo, quello che scombussola le notti ed i giorni, che non ci fa pensare a null’altro, che non ci fa mangiare, che ci tiene vivi e sopra le nuvole.

In esso si osservano bassi livelli di serotonina: sembra, dagli studi fatti in merito, che i bassi livelli di serotonina accomunino l’ossessione romantica delle coppie neo-formate con i rimuginii ossessivi delle persone con disturbo ossessivo-compulsivo! Chiaramente quindi non è un costo che l’organismo può permettersi di mantenere per lungo tempo: ecco perchè dopo circa sei mesi di follie e di passione la serotonina, il cortisolo (che gioca un ruolo nelle fasi di stress, in questo caso del tutto positivo!) ed altre sostanze endogene tornano ai livelli di normalità. Ed è qui che si passa dall’innamoramento all’amore.
Se guardiamo al funzionamento cerebrale delle persone innamorate non possiamo non tenere in considerazione che nei primi periodi di amore scombussolato il cervello degli individui mostri una ridotta attività a carico dei lobi frontali, quelli che presiedono alle attività tipicamente umane di logica, giudizione, abilità sociali. Ecco perchè gli innamorati non sono obiettivi sul partner e non sono lucidi! Le regioni dedicate all’amore, che coinvolgono tanto zone corticali quanto zone più profonde ed antiche del cervello poste al di sotto della corteccia, fanno parte integrante del cosiddetto cervello emozionale coinvolto nei circuiti del reward di cui vi parlavo prima. Esse producono e tendono ad auto-alimentare emozioni e sensazioni pari a quelle che scatenano sostanze come la cocaina: euforia, esaltazione, intensa soddisfazione, intensa attivazione psicofisica. Per far sì che tali sensazioni continuino a generarsi la persona deve mettere in atto comportamenti di ricerca e di vicinanza con il partner.

Se vi dicessi che innamorarsi “serve”…

Per quanto la mia posizione possa sembrare ad alcuni “riduzionista” tali fortissime esperienze relazionali, a partire dall’intensa euforia dell’innamoramento per arrivare alla salda sensazione di sicurezza e protezione a lungo termine presente nei legami consolidati offrono tutte un vantaggio evolutivo non indifferente agli individui.

L’amore aumenta il legame tra i membri del gruppo famiglia, tutela le nuove generazioni per il tempo del loro sviluppo individuale che nella specie umana in particolar modo è spropositatamente lungo a causa della complessità del nostro cervello che completa la propria maturazione con la fine dell’adolescenza.
E se nemmeno così vi ho convinto, se anche così questo articolo vi sembra freddo ed arido non posso che salutarvi con le parole di H. Fischer una antropologa che per anni ha studiato l’amore attraverso le Neuroscienze:
Cosí la mia ultima dichiarazione è: l’amore è dentro di noi. E’ profondamente integrato nel cervello. La nostra sfida sta nel capirci l’un l’altro. Grazie”.

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